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Monica D'Ascenzo

Out of the Boot di Monica D'Ascenzo

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13 maggio 2011 - 23:22

E se le donne iniziano a votare per le donne?

Le quote sembrano ormai la panacea a tutti i mali della dis-parità di genere. La proposta di legge sull'introduzione delle quote nell'elezione dei consigli di amministrazione è ferma alla Camera, ma potrebbe ben presto vedere la luce (manca solo il via libera del Governo per l'approvazione in sede legislativa, quindi senza passare in aula). Se sarà approvata, verrà salutata con favore da tante manager che hanno dovuto abdicare al credo della meritocrazia a tutti i costi perché il tetto di cristallo non si sfonda. Ci sono, però, ambiti dove invocare le quote può suonare un po' ipocrita.

A inizio aprile il Governo ha dato via libera al ddl presentato dal ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna, che ha l'obiettivo di garantire la parità di genere nelle procedure per l’elezione dei consigli comunali, negli statuti comunali e provinciali e in materia di costituzione delle commissioni per i concorsi pubblici. In particolare sarà introdotta la  “doppia preferenza di genere” per le elezioni comunali. Vale a dire che se si dà una prima preferenza ad un uomo, si potrà aggiungerne una seconda dandola ad una donna. Quello che è successo in Campania alle ultime elezioni e che ha portato qualche risultato.

La domanda, però, è: perché abbiamo bisogno di una legge per votare le donne e soprattutto per votarle come seconda opzione? stiamo forse dando per scontato che la prima preferenza vada sempre ad un uomo? Il dibattito è annoso: sono le donne che non votano le donne! a riguardo ricordo un aneddoto raccontato dall'attrice e regista alessandria Laura Bombonato: "non so nulla di politica, però quando frequentavo le magistrali eravamo 620 studenti, 600 ragazze e 20 ragazzi eppure i rappresentanti di istituto erano sempre maschi".

Siamo cresciute con modelli maschili in certi ruoli e fatichiamo a liberarcene. In più quando si tratta di donne alziamo sempre le aspettative, se non sono perfette non meritano fiducia. Abbiamo forse bisogno delle quote in politica perché questo cambi? Non sarebbe forse meglio fare la propria parte per il cambiamento senza aspettare che ci sia una legge ad imporcelo?

Nelle liste presentate per le elezioni comunali possiamo trovare decine di donne, qualunque sia la nostra scelta politica. Donne che in molti casi hanno curriculum eccellenti e che hanno deciso di mettersi in gioco per cambiare la loro città. Per anni abbiamo dato fiducia agli uomini, perché stavolta non proviamo a dare fiducia a una di queste donne? E forse qualcosa cambierà davvero se dalle urne uscirà un'indicazione netta. Forse se saranno elette più donne nei consigli comunali sarà anche più difficile per i sindaci eletti (siano essi uomini o donne) comporre giunte tutte al maschile. E' vero, poi si può sempre fare ricorso al Tar perché le giunte si adeguino e inseriscano "la quota rosa" (come è avvenuto Benevento, Toritto (Bari), Sorgono (Nuovo) fra gli altri). Ma sarebbe meglio non doverci arrivare e ognuno, in questa tornata elettorale, può fare la sua parte.

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TAGS: benevento, Carfagna, donne, elezioni comunali, giunte, parità, quote rosa, tar

“Quando non so dove sono
io mi sento a casa”
.
(Jovanotti)

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5 gennaio 2011 - 16:15

Se l'Uganda ci supera nelle pari opportunità...

 Monday
Da stagista ad amministratore delegato in sedici anni. Non è il record della terra delle opportunità, ma quello di Edigold Monday, la prima donna ad essere nominata amministratore delegato di un’istituzione finanziaria in Uganda. La Monday ha cominciato nel 1994 come stagista sportellista presso una filiale della Centenary Bank. Da lì a fatto tutta la carriera da filiale: archivista, contabile e capo contabile. Nel 2002 ha ottenuto il riconoscimento di miglior esperto nazionale in pianificazione strategica e controllo di gestione e da pochi giorni guida la filiale ugandese della Bank of Africa. Nel comitato esecutivo è poi in buona compagnia: tre su undici membri sono donne.

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1 novembre 2010 - 20:04

Quando arriva la bolletta a chi non ha più una casa

Paghereste una bolletta del telefono di una casa che non c'è più? Forse no, ma vi toccherebbe farlo se non voleste incorrere in sanzioni. E' successo ad un amico aquilano. A un anno dal terremoto è arrivata la bolletta del telefono di Infostrada (facciamo i nomi, per non fare di tutt'erba un fascio). 300 euro di arretrati. L'amico, come decine di altri suoi concittadini, ha cercato di spiegare che non gli sembrava giusto dover pagare un servizio che non aveva utilizzato "causa terremoto" (la casa è stata dichiarata inagibile ed ancora non è stata restaurata). Da Infostrada si è sentito rispondere che avrebbe dovuto disdire con una raccomandata l'abbonamento.

Già, avete presente quando dopo un terremoto ti ritrovi per strada con due bambine e una moglie incinta, casa distrutta, senza un lavoro e con i genitori anziani? La cosa più ovvia, naturalmente, sarebbe stata occuparsi delle utenze. Soprattutto di quella telefonica. (Peccato che subito dopo il terremoto Infostrada, come le altre, non avesse onorato il contratto fornendo il servizio regolarmente nonostante tutto).

Oggi ho chiesto all'amico come sia finita. Mi ha detto che ha dovuto pagare e che sta continuando a pagare una bolletta di una casa inagibile. Ma nel novero delle assurdità che stanno vivendo a lui sembra quasi il meno. Mi raccontava che alle due bambine grandi è stato negato il servizio di scuolabus perché sono fuori distretto (le bambine vanno alla scuola che hanno sempre frequentato ma chiaramente abitano altrove - in uno di  quei magnifici residence chiavi in mano costruiti fuori città). Il consiglio è stato di far cambiare scuola alle bimbe. Già, perchè dopo aver vissuto un anno in albergo e ora in una nuova casa, senza le loro cose, i vicini di casa, la vita di tutti i giorni, ora far cambiare loro compagni e maestre sarebbe il meno.

Forse c'è qualcosa che mi sfugge in tutto questo.

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13 maggio 2010 - 19:45

Giovani italiani: mammoni o migranti?

Ma gli italiani migrano o stanno a casa con mammà? Martedì scendendo a Roma in treno ho letto l’articolo di Adriano Sofri su Repubblica. 300mila giovani del Sud all’anno lasciano tutto per migrare nel Nord Italia in cerca di lavoro. I dati sono del volume “Ma il cielo è sempre più su” di Luca Bianchi e Giuseppe Provenzano. A lasciare Palermo, Bari, Salerno ma anche Napoli, L’aquila e Terni sono spesso giovani laureati. Quelli con i voti alti, che magari dopo la laurea hanno fatto anche un paio di corsi di specializzazione, un master al Sole24Ore o alla Bocconi. Pare che il fenomeno stia tornando ai livelli degli anni ’60/’70.

Roma, qualche ora dopo: nel suo intervento Alberto Alesina sottolinea come in Italia i giovani non si muovano. L’80% sceglie un’università vicino a casa, che si tratti del giovane siciliano o di quello lombardo. Alesina parla di States, dove gli studenti più brillanti fanno i test di ammissione alle università e poi scelgono la migliore, non importa se sull’altra costa rispetto a dove vive la famiglia. Là l’università costa, ma se non sei di una famiglia bene puoi sempre provare a conquistare una borsa di studio. Qui l’università è quasi “gratis” e così ognuno sceglie l’ateneo in base alla vicinanza a casa per assicurarsi un pasto caldo la sera e qualcuno che stira le camicie.

I casi sono due: o i giovani italiani non si muovono davvero o non si muovono a sufficienza per i canoni americani. Restano, però, i numeri, quelli da cui converrebbe partire. 300mila giovani l’anno lasciano la loro terra per cercare lavoro e non lo fanno per scelta ma per necessità. Sono certa che non vorrebbero stare più vicini a casa per mammismo, ma vorrebebro restare per fare qualcosa per il loro paese, per la loro città. Nel Centro e Sud Italia c’è un senso di appartenenza a una comunità, a una terra che a Milano e a Torino non abbiamo. Questo è il motivo del voler restare o tornare, non il mammismo come pensa Alesina.

 

p.s. Nella mia redazione oltre la metà dei giornalisti viene dal Centro-sud. Nessun figlio di papà. Sarà una semplificazione, ma mi fa pensare.

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TAGS: adriano sofri, alberto alesina, Centro, Nord, studenti, Sud, università

3 maggio 2010 - 16:49

Se l'università italiana copia la tv e non il MIT...

Grande novità all’Università. Con un comunicato alla stampa oggi l’Università Bicocca di Milano rende noto che il telecomando arriva in aula: “il professore fa una domanda a risposta multipla, gli studenti scelgono quella che ritengono corretta schiacciando il tasto del telecomando abbinato a ciascuna risposta e il software le elabora in forma di grafico, con le percentuali ottenute da ciascuna delle soluzioni”. Dove l’abbiamo già visto? Difficile ricordare la trasmissione ma sono abbastanza certa che questo meccanismo sia stato usato in show televisivi almeno già da 10 anni.

“Lo scopo dello student response system, questo il nome del sistema,  è quello di rendere più dinamica e interattiva la tradizionale lezione frontale” recita la nota, che informa inoltre come nei corsi di Ecologia, della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, e di Patologia generale e Immunologia, della Facoltà di Medicina e Chirurgia questo sistema sia già una realtà. Ma siamo certi che sia questa l’innovazione (e la cultura) di cui gli studenti universitari italiani hanno bisogno?

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TAGS: Bicocca, MIT, tv, Università

21 aprile 2010 - 2:44

La sindrome da "prigionieri a New York"

"Stay calm, don't panic" avrebbe dovuto gridare la guardia dell'albergo formato extra-extra-extra large di fronte alle reazioni inconsulte di un gruppo di italiani nella lobby dell'albergo. Un reality che supera le migliori sceneggiature. Il titolo potrebbe essere "Prigionieri a New York".

Protagonisti una quarantina di uomini di finanza in viaggio d'affari negli States. Arriva la notizia del blocco degli aeoporti italiani. La distanza fa il brutto scherzo di non rendere immediatamente reali le notizie che vengono da olteoceano, così il primo gruppo di ritorno fa come se nulla fosse e preparate le valigie si dirige all'aeroporto. Cinque ore dopo tornano tutti, nessuno escluso. Il presidente dell'associazione, che chiameremo A, addirittura senza valigia. Grazie alla super carta da Vip dei Vip era stato messo in lista d'attesa sul volo per Roma e ha imbarcato il bagaglio. Lui è rimasto a New York, il bagaglio è l'unico pezzo del nostro gruppo al momento ad essere arrivato in Italia.

La notizia è che tutti i nostri biglietti sono stati spostati dall'American Airlines alla settimana successiva. Da lì il caos. Restare a tempo indeterminato a New York? Non se ne parla nemmeno e così l'italiano che vuole dimostrare di essere sempre più furbo degli altri si ingegna. La sequela di follie inizia la mattina in ascensore: Marescotti dice che ha trovato la soluzione, andrà a Caracas e da lì in Europa, perchè la nave per il Portogallo è già partita questa mattina. Penso che sia una bufala e sorrido alla battuta. Nella hall dell'hotel un gruppo di pionieri è pronto con valigia a prendere il taxi per l'aeroporto. Obiettivo: cercare un volo low cost per Miami perchè già che dobbiamo stare qui almeno prendiamo il sole.

Intanto il presidente di A sconsolato si fa convincee da Marescotti ad andare a Caracas e fa comprare il biglietto al figlio in Italia tramite internet. Qualcuno lo convince che andare in giro per il mondo senza valigia e rischiare di restare bloccato e solo con Marescotti a Caracas non è proprio una brillante idea, così desiste e inizia la trafila per farsi rimborsare il biglietto.

Roberson ha un'idea migliore. Ha trovato un volo per Tel Aviv, da lì dopo sei ore d'attesa dovrebbe prendere un aereo per l'Italia. Sempre che lo facciano partire perchè altrimenti senza visto non potrà neppure uscire dall'aerporto. Il presidente soppesa l'idea ma anche stavolta lascia stare.

Ricciotti ha una soluzione alternativa: passare per Casablanca con volo mercoledì (tutto questo succedeva domenica scorsa, ala fine mercoledì ha comprato un biglietto prima classe alitalia New York-Malpensa per 4mila euro). Gli altri si sono divisi: c'è chi punta sulla Spagna, chi accetta una prenotazione sulla Singapore Airlines via Francoforte (per altro chiusa per gli stessi motivi). Va meglio a Capello che aveva in programma un viaggio a San Francisco, mentre il suo socio Amatori già che c'è va a trovare la famiglia a Toronto e poi tenta di tornare in Italia via Atlanta.

Il presidente alla fine si fa convincere a comprare un biglietto di prima classe per Roma (4mila euro, appunto) e da lì riesce a raggiungere Milano in auto. Dilda si mette in lista d'attesa all'aeroporto e ce la fa a salire sul volo per Roma. Il giorno dopo ci prova anche Del Giudice. Ormai è diventata una questione d'orgoglio.

L'hotel, dal canto suo, ignora i proclami del sindaco Bloomberg che aveva assicurato il 50% di sconto per coloro che non riescono a partire e ci aumenta la tariffa di 100 dollari se vogliamo prolungare il soggiorno contro ogni logica di "più stai meno spendi". Le giornate passano con le ipotesi di viaggio più rocambolesche. Per fortuna ho acquistato un biglietto Alitalia per Roma e domani torno a casa, anche se la commessa del negozio di Armani Exchange mi ha detto che la mia taglia di jeans è rimasta solo ad un negozio di Puertorico. Potrei fare tappa lì e poi rientrare in Italia. Ma meglio chiamare prima per farmi mettere da parte i jeans, mi avverte la commessa, perchè ne è rimasto un solo paio.

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25 febbraio 2010 - 10:35

A casa i professionisti quarantenni, si assumono neolaureati

Laurea “Un settore «a prova di ciclo economico» è quello della revisione di bilancio” era l’incipit di un articolo del Corriere Economia del 5 febbraio scorso. Allora abbiamo trovato qualcosa che si salva in questa recessione, mi sono detta. Poi ho letto tutto l’articolo: le quattro big four assumono perché “il controllo contabile è un adempimento obbligatorio per legge”. Ma c’era qualcosa che non mi tornava. Ho richiamato una conoscente che mi aveva parlato del suo “caso di famiglia”. Mamma di due bimbi e attualmente fuori dal mondo del lavoro ha il marito che ha appena ricevuto una notizia da una delle “big four”: tra qualche mese è fuori. Il motivo? La crisi ha colpito le imprese italiane, molte hanno chiuso i battenti e quindi anche il business della revisione di bilancio è calato. Dopo 15 anni di onorata carriera un ultraquarantenne si trova ora a doversi reinventare. Che fa, apre uno studio da commercialista? Mi chiede la moglie. Direi che il periodo non è dei migliori, perché il motto è “reinventarsi”, ma fare il professionista o l’imprenditore in una congiuntura come quella attuale non può essere un ripiego.

Torniamo all’articolo: le big four assumono 1.400 neolaureati. Ora visto che la vicenda del marito della conoscente non è un caso isolato, mi è venuto un dubbio. Non è che questa crisi serve anche per alleggerire i costi delle imprese tagliando le buste paga più pesanti e sostituendole con “oneri” più leggeri come gli stipendi dei neolaureati? Tanto più che è vero che hanno bisogno di un periodo di “traning” ma è anche vero che proprio perché sono a inizio carriera danno l’anima. E non mi riferisco solo a questo caso.

A questo si aggiunge il fatto che la visibilità sul prossimo futuro dell’economia non è certo aumentata rispetto allo scorso anno. Tutti sperano che il peggio sia passato, eppure “off the record” durante le interviste ti spiegano che sono tutti sul chi va là, imprenditori e banchieri, perché pare che l’ipotesi della recessione a doppia V non sia affatto da scartare. Si diffida anche dei migliori segnali di stabilizzazione e si sta pronti al peggio. E intanto la disoccupazione continua ad aumentare con il tasso italiano all’8,5% a dicembre (8,3% in novembre) con 2.138.000 di senza lavoro.

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20 gennaio 2010 - 9:21

Quando lei guadagna più di lui in famiglia

Guadagni moglie E se lei guadagna più di lui in famiglia? Non si tratta più di casi isolati, negli Stati Uniti una moglie su cinque ha uno stipendio più alto del marito (22% circa). Addirittura più alto il numero delle donne che hanno un livello di educazione più elevato dei compagni di vita (il 28%). Vuol dire che le donne studiano di più e quindi guadagnano di più rispetto al passato? In realtà no. La ricerca del Pew Research Center paragona i dati più recenti (2007) con quelli del 1970: allora le donne con un’educazione superiore ai mariti erano il 20%, ma quelle che guadagnavano più degli uomini solo il 4 per cento.

Nel confronto con gli anni settanta c’è un dettaglio in più che aiuta a capire il trend del mercato del lavoro: le donne dal 1970 al 2007 hanno visto un incremento del proprio salario del 44% contro il ben più contenuto 6% degli uomini. Questo ha portato ad un assottigliamento del gap salariare di genere, che comunque sopravvive anche negli Stati Uniti: lo stipendio annuo di una donna in media è il 71% di quello di un uomo (nel ’70 era solo il 52%).

Gli ultimi due anni di crisi, poi, non hanno fatto altro che accentuare l’andamento. Secondo il Bureau of Labor Statistics gli uomini hanno subito il 75% delle perdite di posti di lavoro. Il che ha portato le donne sulla soglia del 50% della forza lavoro statunitense.

E in Italia? L’occupazione femminile resta inchiodata al 47,2% contro oltre il 70% di quella maschile. Anche in italia, però, aumentano i casi in cui lo stipendio della moglie è più alto di quello del marito, tanto che si stanno moltiplicando i casi dei cosiddetti “mammi”, uomini che preferiscono stare a casa ad occuparsi della famiglia metre le mogli fanno carriera e “mandano avanti la baracca”. Che sia il nuovo modello di equilibrio familiare?

http://twitter.com/24donne

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8 dicembre 2009 - 19:27

I britannici più bamboccioni di noi

Bamboccioni_bassa
I bamboccioni non sono una questione solo italiana. In Gran Bretagna i dati ufficiali dicono che i giovani che ritardano l’uscita da casa sono in aumento, fra l’altro molto più gli uomini che le donne. Anzi, il numero dei ragazzi che restano a casa tra i 25 e i 29 anni è il doppio di quello delle ragazze: 24,5% contro un più contenuto 12,8%. L’ufficio nazionale di statistica spiega che “la transizione all’età adulta si sta gradualmente postponendo” e non sarà anche questione della crisi economica?

Lo studio sottolinea poi come ad ogni età le donne siano più propense degli uomini a vivere al di fuori delle mura della famiglia d’origine. Non è quindi solo una questione di giovani: nella fascia d’età tra i 30 e i 34 anni il 4,9% delle figlie vive a casa contro un più che doppio 10,3% dei figli. A chi non se ne è mai andato, si aggiunge poi quanti ritornano al nido dopo gli anni dell’università. Gli affitti costano e la mancanza di opportunità sul mercato del lavoro fa rimandare certe scelte. E in Italia?

 

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21 ottobre 2009 - 17:14

Mi hanno rinnovato. A me ancora no.

Postofisso_big 

In questo periodo dell’anno, alle cene con gli amici si assiste sempre più spesso a conversazioni del tipo: “Mi hanno rinnovato per tutto il 2010”. “A me ancora no, ma scado a fine anno, c’è tempo”. “Io sono fortunato se me lo dicono un giorno prima della scadenza”. E sempre più spesso non si tratta di giovani appena entrati nel mondo del lavoro, ma piuttosto di professionisti della comunicazione, dell’informatica o della consulenza. E le famiglie vivono come se nulla fosse, come se quella spada di Damocle in realtà non esistesse, perché in qualche modo alla fine si fa.

E ora si riapre il dibattito sul posto fisso, un dibattito così lontano dall’esperienza delle nuove generazioni. Con la crisi, poi, "il posto per la vita" è diventato un vero miraggio. Eppure di oggi la notizia che entro la fine del 2009 tra le nuove assunzioni previste dalle imprese italiane, il 32,2% riguarderá contratti a tempo indeterminato. Alcune regioni vedranno addiritttura percentuali sopra la media italiana, come nel caso della Basilicata (50,4%), Sicilia (43,3%), Lombardia (41,3%) e Molise (37,8%). È quanto emerge da un'elaborazione dell'Ufficio Studi della Camera di commercio di Monza e Brianza su dati Excelsior, Istat, Registro Imprese. Ma siamo proprio sicuri che non ci sia il trucco?

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6 ottobre 2009 - 10:29

Billy sfida Big Mac nelle classifiche mondiali dei consumi

Guerrilla marketing Ikea a New York

Ikea_custom_bench


La classifica del panino viene soppiantata dalla classifica del componente da libreria. Il Billy dell’Ikea batte il Big Mac nelle statistiche degli economisti per comparare il costo della vita tra i diversi Paesi. E’ appena uscita la prima classifica Billy a cura dell’agenzia stampa Bloomberg, che fa un po’ il verso alla storica classifica ventennale dell’Economist basata sull’amburger americano. Lo studio prende in esame i prezzi nelle valute locali e li converte in dollari. Il prezzo medio di un componente Billy a livello mondiale? 60,09 dollari.

Ma qual è il Paese più conveniente al mondo? Gli Emirati Arabi con una spesa di 47,64 dollari si portano a casa un Billy di due metri. Mentre è meglio evitare Israele che con i suoi 103,48 dollari è il paese più caro. In patria, invece, la svedese Ikea vende il prodotto a circa 55,11 dollari. Sfogliando il catalogo Ikea il Billy classico, in diversi colori, si trova a 39 euro, circa 57,4 dollari. Almeno siamo sotto la media mondiale.
 

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