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Sette donne nel governo dell’indiano Narendra Modi, ma non basta

India
Non solo elezioni europee. Anche in India arriva il vento del cambiamento. O quasi. Sette donne per il cabinetto dei ministri del nuovo premier indiano Narendra Modi. La percentuale è di circa il 25% (7 su 24), un buon miglioramento rispetto al cabinetto dell’Upa dove le donne erano solo due su 28. Non solo, Modi ha anche affidato il ministero degli Esteri, uno dei più importanti, alla storica leader del Bjp (Partito nazionalista Indù) Sushma Swaraj. Torna così una donna, dopo decenni, a sedere su quella poltrona dopo Indira Ghandi (1980-1984). Un altro primato del governo Modi è il ministro più giovane, si tratta di Smriti Irani a cui è stato affidato il dicastero dell’Human Resource Development.

Certo si è ancora lontani dalla percentuale del 50% chiesta da alcune petizioni su Change.org ma per la società indiana sembra essere un buon inizio. Eppure le questioni aperte restano molte: dalla violenza sulle donne (che nell’ultimo anno ha contribuito a fare dell’India uno dei Paesi meno sicuri al mondo) al wealfare. Si potrebbe iniziare con il Women’s Reservation Bill, che dovrebbe essere trasformato in legge. Questo sarà uno dei prossimi banchi di prova, ma la strada è ancora lunga.

Eppure nella politica indiana le donne non sono mai state marginali come dimostrano tre figure fondamentali a capo dei più importanti partiti di tre Stati che rappresentano il 30% dei 543 seggi della Camera. Sono Jayaram Jayalalithaa (66 anni), leader del Tamil Nadu che guida dal 2011, Mamata Banerjee (59 anni), chief minister del West Bengal, e Kumari Mayawati (58 anni), leader del partito dei dalit al governo dell’Uttar Pradesh.

I role model non bastano, però. Per questo il governo è atteso alla prova su due parole chiavi “Safety” e “Empowerment”.