Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Ma possibile che in finanza non si trovino mai donne?

No women allowed
Finance for Luxury. Sul palco tutti uomini, tra amministratori delegati e numeri uno del private equity. Tranne la moderatrice, la brillante collega Debora Rosciani di Radio24, che alla fine apre alle domande. Dopo il consueto imbarazzo, si alza un'ospite e chiede come mai sia nel primo sia nel secondo panel gli speaker fossero tutti uomini. Non che sia una cosa inusuale ma a sorprendere ieri era che l'organizzazione dell'evento era di D Club, che sul proprio sito si presenta così: "nasce nel 2012 da un gruppo di professioniste attive nel mondo finanziario. D Club è composto da donne operanti nel settore finanziario che rispondono a dei criteri reputazionali e professionali eccellenti". Finalità: "Le azioni di D Club hanno l’obiettivo di aumentare la visibilità delle donne nel mondo finanziario e facilitarne l’assunzione di posti di responsabilità". Non solo: "D Club vuole valorizzare il contribuito delle donne, la cui different view su temi di business e di management rappresenta in molti casi una risorsa strategica per l’azienda; una risorsa ancora troppo spesso banalizzata o sottovalutata in un contesto lavorativo prevalentemente maschile". Ma anche incentivare le ambizioni delle giovani e stimolare l'imprenditoria al femminile.

La domanda dell'ospite era, quindi, assolutamente pertinente. Come si può valorizzare il contributo femminile se non si inserisce nemmeno una donna nelle tavole rotonde? Come si dà incentivi e role model a una giovane se non le si danno esempi concreti? Come si stimola l'imprenditoria femminile, senza dare visibilità alle imprenditrici? La risposta della presidente del Club, Mara Caverni, è stata: "Non abbiamo trovato donne da invitare".

Ora, che lo dica Dino Piero Giarda parlando del consiglio di sorveglianza di Bpm, dove ci sono criteri anche abbastanza stringenti, già sorprende ma forse la ricerca avrebbe dovuto essere più lunga e accurata e magari non c'erano i tempi tecnici. In questo caso, però, la risposta non è proprio accettabile, a mio avviso. Ho iniziato a fare mente locale e devo dire che non mi sono mancati gli esempi al femminile.

Nel private equity, ad esempio, mi è venuta in mente Roberta Benaglia, amministratore delegato di Dgpa che detiene la quota di maggioranza di Golden Goose, il 100% di Planters, di Vintage 55, di Luciano Padovan, il 60% di Sundek e il 6% di Damiani. Oltre ad aver avuto tra il 2007 e il 2012 l'investimento in Twin-set, che ha portato l'azienda a passare da 27 a 145 milioni di fatturato.

Ma c'è anche  Laura Manelli ex sales & merchandising director di Sergio Rossi, che è appena passata al fondo Actinvest Group, con base a Londra. O Diana Saraceni partner di 360° Capital che ha sostenuto la nascita e la quotazione in Borsa di Yoox.

Se poi si passa a donne con ruoli di vertice nelle società del lusso, la lista mi sembra più che nutrita:

  •  Alessandra Carra, amministratore delegato di Emilio Pucci
  • Stefania Valenti, amministratore delegato di La Perla
  • Francesca Di Carrobio, amministratore delegato di Hermes Italia
  • Gabriella Scarpa, amministratore delegato di LVMH Italia
  • Cristina Scocchia, dg L'Oreal Italia
  • Luisa Delgado, amministratore delegato di di Safilo
  • Catherine Vautrin, amministratore delegato di Cerruti
  • Cristiana Ruella, amministratore delegato di Dolce e Gabbana
  • Mireia Lopez Montoia, dg divisione Accessori di Bulgari
  • Francesca Bellettini, amministratore delegato di Yves Saint Laurent
  • Daniela Riccardi, amministratore delegato di Baccarat
  • Lisa Montagu, amministratore delegato di Loewe

Naturalmente saranno molte di più di quante me ne siano venute in mente, ma è giusto per dire che in giro di donne che ricoprono certe cariche e che fanno bene se ne trovano, a volerle cercare.

Certo è più facile se per fare un panel di una tavola rotonda si va nel proprio sito e si prendono i nomi dell'advisory board del Club. Peraltro niente da dire sui nomi in sé, di stimabili professionisti, ma un occhio alla diversity magari aiuterebbe. E non perché si è donne, ma perché si è persone e, come si chiede sempre, perché sia riconosciuto il merito e gli sia data visibilità. Indipendentemente dal genere.