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In Italia servono davvero più asili nido?

 

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Cinque anni fa il comune di Arese, in provincia di Milano, ha deciso che era necessario aprire un nuovo asilo nido per aumentare i posti disponibili per i lattanti da 20 a 30. E’ nata così la casetta dei cuccioli. L’anno scorso, però, l’amministrazione ha deciso di chiudere. Le domande non coprono più le due strutture ed sono sufficienti i 20 posti garantiti tradizionalmente. Non esiste più una lista d’attesa, non ci sono più famiglie che si trovano a dover ricorrere a un piano B. Le domande coprono appena l’offerta. Quello di Arese è solo un esempio di quanto è avvenuto a livello nazionale. Molti genitori hanno perso il lavoro e il nido è diventato insostenibile. Tanto più che, se si tarda a trovare un lavoro, vale la pena sfruttare l’essere a casa per occuparsi dei figli. Sia per le mamme sia per (tanti) papà. La domanda, quindi, è: serve continuare a chiedere strutture nuove?

L’obiettivo di Lisbona era di raggiungere il 33%, livello da cui l’Italia resta lontana con il suo 13% circa. E’ vero, comunque, che in alcune aree del Sud Italia la percentuale è davvero risicata e vicina all’1%. Allora forse l’azione di incentivazione di nascita di nuove strutture andrebbe fatta in modo mirato e come risposta a una domanda. Al Sud, però, manca anche l’occupazione femminile. Siamo sicuri che aumentando i posti disponibili negli asili nidi si incentivi l’occupazione? Non sarebbero necessarie delle forme di intervento preventive per creare posti di lavoro e solo poi una risposta alle esigenze di cura di bambini e anziani?

Certo si potrebbero trovare forme coordiante di intervento, magari aumentando la collaborazione pubblico privato come da indicazioni del governo Renzi. Ma ancora una volta resta il problema che nel Sud Italia le realtà in grado di sostenere un investimento in welfare aziendale non sono così numerose come nel Nord Italia.

Senza contare, poi, che la detrazione per le quote pagate è del 19% su un monte massimo di 632 euro. Tenendo conto che in Lombardia, ad esempio, una famiglia bireddito proprietaria di casa paga in media 400-450 euro al mese. La detrazione compre solo una retta e mezza, per un valore di risparmio Irpef di 120 euro. Il nido, però, si paga per 10-11 mesi all’anno. Forse allora si potrebbe pensare di aumentare le detrazioni (come peraltro si è fatto per le ristrutturazioni, nell’ottica di creare lavoro e far ripartire l’economia). Una proposta potrebbe essere quella di portare il monte massimo su cui fare le detrazioni a 1.500 euro ad esempio. Si arriverebbe così ad un risparmio di 285 euro. Un mancato incasso non eccessivo per le casse dello Stato considerato appunto che solo il 13% dei bambini in Italia al momento va al nido. L’impatto non sarebbe alto per chi in Lombardia paga 400-450 euro, ma costituirebbe un risparmio importante per chi al sud paga rette più contenute (200-250 euro al mese). Sarebbe, quindi, una forma di incentivazione indiretta.

Che ne pensate? Può funzionare?

 

  • Monica D'Ascenzo |

    Luigi, lei ha ragione. Ma spesso è il contrario: le donne rinunciano al lavoro per i costi troppo elevati del nido.

  • Luigia |

    Mi sembra una buona proposta. Tenga anche conto che il nido per una donna che non lavora può essere un ottimo incentivo per cercare lavoro più proattivamente, altrimenti si rischia un circolo vizioso

  • Monica D'Ascenzo |

    Cara Cecilia,
    esiste una proposta di legge sullo smrt-working presentata dalla parlamentare Alessia Mosca. La trova all’indirizzo http://www.alessiamosca.it/wp-content/uploads/2014/01/pdl_smartworking_testi-a-confronto.pdf
    Si spera ne tengano conto nel Job Act!

  • Cecilia |

    Sono d’accordo sia con lei, sia con Filippo. allo stesso tempo, penso che sarebbe importante poter incentivare il telelavoro (che sono ore e ore di lavoro e non distrazione, come molti datori di lavoro ancora credono) per le donne, magari da svolgere proprio dove il bimbo è accudito.
    Trovo questa soluzione molto più vicina ai desideri di molte madri.

  • Monica D'Ascenzo |

    Caro Filippo,
    conosco perfettamente il problema avendo una bimba al nido e per me oltre a una scelta obbligata, è anche una scelta educativa. Credo che i bimbi al nido trovino gli stimoli giusti da persone preparate e competenti. Condivido anche la retta 530 euro compresi i buoni pasto in un nido comunale e mi chiedo anch’io come possano essere così alte le rette in Lombardia. Le detrazioni sarebbero quindi già un passo avanti e poi l’apertura di nuove strutture ma dove c’è effettiva domanda.

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