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Un caffè con Stefano Aversa

Ufficio di New York

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Era maggio del 2006, ero là per lavoro e ho chiesto a Stefano Aversa, amministratore delegato di Alix Partners, un appuntamento. Il suo ufficio è sulla 57esima a Manhattan. Ma la vera sorpresa è stata la vista su Central Park. Quella che vedete nella foto. Lui non sta quasi mai seduto alla scrivania. Si è fatto fare un piano di fronte alla finestra (dove vedete il pc portatile) e lavora spesso in piedi proprio lì. Forse questo vi dice poco, a me ha fatto venir voglia di chiedergli qualcosa di più che le solite "cose di finanza".

Quando, tre anni fa, sono stato chiamato dagli azionisti a dirigere operativamente l’azienda americana dove ero da solo un anno responsabile europeo, ho pensato dapprima ad un loro abbaglio e poi ad un grande coraggio. Dopo lunghi giorni di riflessione ho alla fine concluso che poteva essere una avventura possibile e ho cominciato subito dopo ad immaginarmi come affrontare la sfida.

La parte tecnica della gestione non mi sembrava il problema maggiore, l’inglese era discreto e sarebbe presto migliorato, ma non ero affatto sicuro dello stile gestionale da adottare per essere accettato all’interno di una forte cultura, e quindi riuscire a dare un concreto contributo personale allo sviluppo dell’azienda e valorizzando al meglio le forti professionalita’ e personalita’ presenti in azienda.

Il primo problema era superare gli stereotipi: le caratteristiche "storiche" degli Italiani ci hanno permesso di eccellere in molti campi, ma non rappresentano un buon viatico nel business internazionale. Ho cercato di essere piu’ preciso di uno svizzero, piu’ affidabile di un tedesco, piu’ razionale di un francese e piu’ pragmatico di un anglosassone; il tutto cercando di mantenere la flessibilita’, la creativita’ e la autoironia che mi sono stati compagni per tutta la vita lavorativa.

Il secondo problema era lo stile di leadership che doveva adattarsi al nuovo ruolo e, ancor di più al nuovo contesto. E’ apparso presto utile ascoltare più che parlare, suggerire più che imporre, mostrare con l’esempio più che con direttive e comunicazioni interne. A semplificare la mia vita professionale hanno concorso la disciplina e la dedizione al lavoro del popolo americano che non finisce di stupirmi per la sua linearità rispetto ad un Italia (ed in Europa) dove un "sì" , a seconda dei casi, va interpretato come un "forse", un "dipende" o semplicemente un "faro’ del mio meglio".

I primi due anni sono trascorsi velocemente tra molti viaggi intercontinentali ed i fine settimana con la famiglia nella mia nuova casa tra le belle colline ed i tanti laghi del Michigan. I miei figli Lorenzo (15) e Sophie (13) si sono rapidamente integrati nella cultura dell’America più tradizionale del "midwest", assorbendone i tanti lati positivi, ma mantenendo un senso critico verso gli eccessi di un consumismo talvolta esasperato ed una cultura sostanzialmente autoreferenziata. Nel terzo anno ci siamo spostati a New York e, per molti aspetti, è stato un mezzo ritorno in Europa: la vita in appartamento, le distanze finalmente compatibili con una camminata o un veloce taxi, l’energia positiva della città con la sua offerta davvero inesauribile di stimoli culturali e professionali.

La grande internazionalità ed il melting pot di culture diverse che rende unica la grande mela, sono state di grande aiuto per una più facile e profonda integrazione della parte adulta della famiglia. Essere italiani a New York è oggi molto diverso da come l’avevo vissuta quasi 30 anni prima da studente: l’immagine dell’emigrato, tutto famiglia, spaghetti e del mandolino è solo un lontano ricordo sostituito da una non meglio definita aura di alta qualità della vita nel senso più ampio del termine accompagnata da una pressoché totale incomprensione del nostro sistema politico, amministrativo ed anche economico. Temo che anche questo ultimo sviluppo di immagine dell’Italia, ancorché positivo, non corrisponda alla percezione di chi vive in Italia.

C’è ancora molto da fare per diffondere e valorizzare la nostra vera cultura oltreoceano. C’è grande curiosità, interesse e persino desiderio di integrare alcuni dei nostri valori nella cultura americana, non solo come riscoperta da parte della comunità Italiana di seconda o terza generazione, ma anche da parte della comunità più evoluta, cosciente e spesso benestante che vede nella nostra identità più moderna un punto di riferimento e di bilanciamento a cui attingere a piene mani. Non posso fare a meno di considerare una grande fortuna avere avuto l’opportunità di assorbire alcuni di questi valori dalla mia nascita e vita italiana".

  • Monica |

    L’intento della rubrica “Un caffè con…” è proprio quello di raccontare le persone che portano all’estero un’altra eccellenza italiana (non fatta solo di moda, lusso, made in Italy). Un’eccellenza fatta di intelligenze, creatività (appunto), ambizioni, idee, coraggio nella quotidianità.

  • Enrico Mengoni |

    Per noi italiani sarebbe importante diffondere il meglio della ns cultura verso gli US o altri paesi Europei, a parte l’arte e il cibo che sono sempre apprezzati, altre doti non sono conosciute, ecco a cosa mi riferisco:
    creatività ; eleganza della persona;
    infine, penso che abbiamo una forte capacità di risolvere velocemente grossi problemi quando siamo sotto stress (la tipica zampata da gatto che ci rende vincenti in molte occassioni).
    Enrico Mengoni

  • andrea |

    Articoli interessanti e gustosi. Come un buon caffè. Brava Monica. Un caro saluto da Berlino.
    Andrea

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