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Perché nell’Est Europa le donne fanno carriera più che nell’Ovest?

Russia
Dai viaggi di lavoro all'estero si portano a casa spesso suggestioni che poi lasciamo in qualche angolo come souvenir dimenticati. Di Mosca e San Pietroburgo, oltre a una spilla di matrioske e un colbacco, mi è rimasta la sensazione di aver partecipato in diverse occasioni a incontri dove la presenza femminile di manager fosse pari a quella maschile, se non quando superiore. Una sorpresa rispetto alla realtà italiana dove, in finanza soprattutto, prevalgono ampiamente le cravatte intorno ai tavoli riunione. Allora mi era stato spiegato che era un'eredità dei periodi di guerra: gli uomini venivano reclutati, le donne dovevano prendere in mano le aziende e mandare avanti l'economia. Non che la spiegazione mi avesse molto convinto, a dire il vero. Ora, però, quella mia suggestione si incontra con i dati che periodicamente vengono elaborati sul management. Ultimi, in ordine di tempo, quelli che emergono dalla ricerca di Das, compagnia del gruppo Generali specializzata nella tutela legale.

Nell’UE un manager su tre è donna (33%) e sopra questa media si trovano quasi tutti gli Stati dell’Est. Spicca su tutti la Lettonia, dove si è vicini alla parità (46% del totale pari a 36.500). Un gradino indietro troviamo Francia, Slovenia, Lituania e Ungheria, tutti al 39% con la Francia che pesa ovviamente più degli altri in valori assoluti con 751 mila donne dirigenti. Nella graduatoria seguono altri Stati dell’est: la Polonia (38%) e la Bulgaria (36%) che precedono un paese spesso associato alla parità di genere come la Svezia (34%). L’Italia ha poco più di un quarto delle donne manager (26%, 217 mila), ed è fanalino di coda al quintultimo posto, davanti soltanto Grecia (25%), Repubblica di Macedonia (23%) Lussemburgo (18%) e Cipro (16%). Niente di nuovo, quindi, rispetto alle classifiche che periodicamente ci troviamo a consultare. Forse, però, al posto di lagnarci su quanto avviene da noi, sarebbe opportuno andare a capire cosa funziona altrove.

Torniamo alla Russia, quindi: nel quadriennio 2008-2012 il numero di donne che occupano posti dirigenziali è aumentato del 42%. È cresciuto, in particolare, del 21% il numero delle direttrici generali (pur rimanendo la loro quota piuttosto bassa), mentre quello delle direttrici finanziarie è cresciuto di ben il 60% (raggiungendo il 48%). In netto rialzo anche la quota di coloro che coprono posizioni di ragioniere-capo (93%) e di direttore del personale e di marketing (70%), secondo un’indagine condotta dall’Associazione russa dei Manager e dal Centro Sociologico RwS (“Possibilità di carriera per le donne nella sfera del business”).

Ma cosa ha permesso di raggiungere questi risultati? Agli occhi dei datori di lavoro ciò che fa la differenza è l’elevato senso di responsabilità delle donne. "Nel 53% delle società monitorate le donne vi lavorano più a lungo degli uomini, infondendo un senso di maggiore sicurezza e stabilità. Inoltre, il 40% dei datori di lavoro interpellati annovera fra le prerogative femminili fondamentali l’operosità, la resistenza allo stress lavorativo, la flessibilità e un comportamento non aggressivo nell’aspirazione ad ottenere una promozione. Tra gli altri “plus” delle donne figurano fattori quali la costanza, l’abilità organizzativa e il desiderio di sviluppare la propria carriera nella direzione prescelta. In più, la concorrenza ed il confronto continuo con i colleghi di sesso maschile stimolano le manager-donna ad un approccio più concreto alle questioni lavorative che, in ultima analisi, si tramuta in risultati migliori.  Ancora, il 43% degli intervistati ha affermato che le qualità professionali e il “lavorare sodo” sono caratteristiche che agevolano le candidate di sesso femminile nell’ambire a posti di responsabilità. Uno su tre è anche convinto che le donne siano disposte ad occupare posti di comando con un compenso minore".

Credo che molte italiane si possano riconoscere in quanto scritto delle donne in carriera russe. Eppure i risultati qui stentano ad arrivare. Forse il problema è che certi aspetti non hanno ancora un giusto peso nelle valutazioni dei capi al momento delle promozioni.

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  • aaantonio1981 |

    Pensione? Cos’è la pensione io e quelli della mia generazione non ne avremo una o se l’avremo sarà solo simbolica.
    Perché ti scrivo questo? Perché quasi tutto ciò viene toccato dallo stato italiano finisce, diciamo, in cenere.
    Se le donne italiane per avere la parità con gli uomini faranno affidamento sullo stato allora la parità uomo donna farà la stessa fine dello sviluppo del mezzogiorno.

  • Monica |

    Tra 3 decenni sarò in pensione e mia figlia (oggi unenne) spero abbia già trovato un lavoro! Non possiamo cercare di cambiare qualcosa un po’ prima?

  • aaantonio1981 |

    Forse basterebbe far crescere l’economia cosi tanto da creare opportunità di lavoro per tutti e lasciare che la parità si affermi da sola nel giro di uno, due o al massimo tre decenni?

  • Monica |

    in effetti Elena Jushkova della società finanziaria e d’investimento (IFC) Solid ha osservato: “gli uomini tradizionalmente assumono alcol più delle donne durante le trattative con i clienti, alla conclusione dei contratti e nel corso della discussione sulle condizioni di collaborazione con i partner commerciali. In alcuni casi il successo di un uomo manager nello stipulare contratti dipende proprio dalla quantità di alcol che beve”. Allora dobbiamo spingere gli uomini italiani a bere di più perché le donne abbiano spazio per far carriera?!!

  • deborah |

    Mi era stato detto anche quello.. Sia l’alcolismo che l’abbandono da parte degli uomini dei nuclei familiari a quanto pare 10 anni fa erano dei grandi problemi a Mosca.

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