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Le donne che vorresti conoscere

 imageQuestione di genere per noi spesso è differenza salariale, soffitto di cristallo, parità di opportunità di carriera, quote di genere e rappresentanza politica. Ci sono donne per cui la questione di genere è avere diritti minimi di persone, non essere picchiate dal marito, non essere sfruttate sul lavoro. Ci sono paesi come l’Algeria dove una donna può diventare ministro ma per sposarsi ha bisogno dell’autorizzazione del wali, una specie di tutore che può anche non essere della famiglia di origine. Ci sono paesi, come il Malawi, dove una donna non può abortire senza il consenso del marito, anche se è stata stuprata. Queste sono le storie che racconta Emanuela Zuccalà nel suo “Donne che vorresti conoscere” (Infinito edizioni). E leggendo le sue pagine ti ritrovi a prendere un té nel deserto o a mangiare un tramezzino ai gamberetti chiacchierando con la reduce di torture o una guardia carceraria a cui sono affidati assassini.


Facciamo lo stesso lavoro, Emanuela ed io. Lei lo fa viaggiando, ascoltando e raccontando storie. Il sogno di ogni giornalista. E sa come portarti lì, a guardare gli occhi che guarda lei, ad ascoltare la voce che lei ascolta, a sentire i profumi che lei sente. E con parole lievi ti racconta atrocità che nemmeno puoi immaginare. Alla fine vorresti davvero averle incontrate tu: la ceca Helena, la norvegese Stine, l’italiana Angela. Perché non c’è bisogno di andare lontano per ascoltare storie di diritti calpestati e di lotte per un mondo migliore, anche per le donne.

Nella mia libreria ho più di cento libri che parlano di donne: da “Lean In” di Sheryl Sandberg a “Care Ragazze” di Vittoria Franco. Leggo trattati sull’uso del termine “avvocata” o sulla storia delle “quote di genere” nei cda. A volte, però, dimentico che il mondo femminile sta affrontando ben altro e che restituire un po’ di quanto si è ricevuto non può limitarsi al fare da mentor a una studentessa che deve entrare nel mondo del lavoro. Restituire vuol dire anche dare voce a quante non ce l’hanno.

Per questo ringrazio Emanuela. E anche per avermi fatto ritrovare Marian e Lucica. Due bambini-topi cresciuti nei sotterranei di Bucarest. Li avevo conosciuti una decina di anni fa, quando erano venuti in Italia con il clown Miloud Oukili, che li ha salvati con la giocoleria. Lucica, magrolina e un po’ timida era il punto di riferimento degli altri, anche quando stava in seconda fila. Marian, più spavaldo e intraprendente, emergeva come il leader. Quegli incontri che non dimentichi. E ora so che ce l’hanno fatta.